Quante volte è capitato di frugare in cantina o in soffitta e trovare vecchi oggetti che, ormai sorpassati dai tempi, ci strappano un sorriso? Dalle lampade con le piume anni '70, al vecchio giradischi mono con valigetta di legno e ancora funzionante! Oppure, avete mai visitato quei mercatini che nelle domeniche invernali invadono il centro storico, con i loro piatti finti di Limoges, le lampade a olio [quelle da soprammobile, che non hanno mai visto uno stoppino in vita loro] o le vecchie bilance a stadera?
E' come riattraversare con gli occhi della mente gli ultimi 50 - 70 anni e con un sorriso, a volte mesto, riflettere sul quel 'IO C'ERO", lasciando fluire i ricordi come cavalli a briglia sciolta.
Non sono mai stata schiava degli oggetti, non ho mai sofferto di quella malattia che spinge all'accaparramento dell 'ultimo ritrovato' della scienza e della tecnica, però... ieri mi è successa una cosa che mai avrei pensato.
L'altro ieri sera mi si è guastato il cellulare. Rotto. Brutalmente. Caduto inavvertitamente con il visore aperto. Morto. Vabbè, mi sono detta sul momento, domani sera vado a comprarne uno o recupero quello vecchio che avevo lasciato a mia sorella. Poi ieri mattina sono uscita di casa come al solito e... ogni 10 minuti cercavo il cellulare in tasca. Mi sentivo praticamente come tagliata fuori dal mondo! Allora ho riflettuto un attimo e mi sono imposta di non farlo. E per 4 ore è andata abbastanza bene. Poi una persona mi ha chiesto se avevo il telefono di una amica comune e sono ripiombata nella disperazione più profonda: cavolo, tutta la mia rubrica è sul cellulare!!!
Spostare poi ieri sera la scheda sul vecchio portatile, vedere che non avevo (ovviamente) perso nulla dalla rubrica, sentire il bip dei messaggi ricevuti nella giornata di black out e risentirmi in contatto col mondo è stato un tutt'uno.
Ma come facevamo quando non esistevano i cellulari?


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Basta un sabato dedicato ad un po’ di shopping senza pretese, lontano dalla folla che si accalca nei centri urbani alla ricerca sfrenata dei regali di Natale. Tende nuove per la camera da letto, con il sapore d’antan, un bordura ricamata per rinnovare la tovaglia, e una collana di pietre dure per la propria vanità. E la giornata poi scorre lieve, anche se la passi a spostare cartoni su cartoni per aiutare un’amica che ha appena traslocato.
Basta una domenica mattina al caldo, in tuta e pantofole, passata a cucinare uno strudel destinato agli amici.
Basta una domenica pomeriggio fredda, ma soleggiata, con quell’aria pungente che ti fa affrettare il passo e ti rigenera il respiro.
Ho sempre creduto di essere una persona ‘estiva’ tra sole e nuotate in mare. Invece, invecchiando, mi ritrovo ad apprezzare anche l’inverno. Voglia di fare, di partire, di passeggiare per strade sconosciute. Le sue temperature rigide mi spronano nel movimento fisico, ma soprattutto nell’intelletto, al punto da non risentire del solito nervosismo da lunedì.
Sarà che oggi uscirò presto dall’ufficio per andare in Università
Sarà che oggi sono riuscita ad arrivare in ufficio in auto
Sarò che con la mente sono già a venerdì, quando partirò per incontrare vecchi e nuovi amici nella capitale.
Sarà… ma in fondo basta poco per sentirsi in pace con se stessi, anche se è quasi inverno.
Sale la nebbia sui prati bianchi
come un cipresso nei camposanti
un campanile che non sembra vero
segna il confine fra la terra e il cielo.
Ma tu che vai, ma tu rimani
vedrai la neve se ne andrà domani
rifioriranno le gioie passate
col vento caldo di un'altra estate.
Anche la luce sembra morire
nell'ombra incerta di un divenire
dove anche l'alba diventa sera
e i volti sembrano teschi di cera.
Ma tu che vai, ma tu rimani
anche la neve morirà domani
l'amore ancora ci passerà vicino
nella stagione del biancospino.
La terra stanca sotto la neve
dorme il silenzio di un sonno greve
l'inverno raccoglie la sua fatica
di mille secoli, da un'alba antica.
Ma tu che stai, perché rimani?
Un altro inverno tornerà domani
cadrà altra neve a consolare i campi
cadrà altra neve sui camposanti.
(Inverno - Fabrizio De Andrè)

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Cara Marta,
credo sia venuto il momento di fare un po’ d’ordine, come le brave massaie. Non è primavera, ma se aspettiamo il cambio di stagione finiamo sommersi dalla polvere e dalla sporcizia. Scusa la metafora da casalinga, ma dovendo mediare l’attività primaria che mi fornisce la sussistenza (leggi ‘il lavoro’) con l’attività collaterale di casalinga, direi che oltre la salute, punto critico delle nostre giornate sia il tempo. Tempo che si perde, tempo che si potrebbe impiegare meglio, tempo per un po’ di relax.
Ed io è un po’ che non riesco a “risparmiare” tempo per me. Ti chiederai il perché ma soprattutto tu cosa c’entri col mio tempo perso. Ora ti spiego. Quando ero un giovane virgulto, trovai lavoro in un’azienda privata, delocalizzata grazie ai famosi incentivi per l’industrializzazione delle vallate circostanti il Comune di Genova (che poi divennero i famosi siti Obiettivo 2). I servizi di pubblico trasporto erano a quei tempi affidati a compagnie private, non erano molto frequenti, ma, tutto sommato erano puntuali e affidabili nelle ore destinate alle fasce lavoratrici. Poi, per mia scelta, lo ammetto, decisi che l’aria di campagna fosse più salutare e mi trasferii in un’altra vallata, aggravando il disagio del tragitto da casa al lavoro, ma proprio perché fu una mia libera scelta, di ciò non mi lamento.
Dopo anni di beato isolamento, stanca di gelate e freddo invernale e conseguenti spese esorbitanti per il riscaldamento, decisi di tornare in città, approfittando anche del trasferimento dell’azienda in sito centralissimo:
area portuale di Molo Giano.
Ma ahimè, qui iniziano le dolenti note.
Per cui, da oggi, sono OBBLIGATA ad usare il mezzo pubblico.
Non pretendo certo che il Comune rinunci alle aree di sosta a pagamento dove si potrebbero lasciare le auto per poter percorrere in bus tratte più brevi, oppure che l’assessore ai trasporti sia costretto a spendere i soldini per far rimettere i mezzi in porto per quei poveri disgraziati che ci lavorano, né tanto meno che tu debba usare la tua influenza sull’Ente Bacini, che oltre ad essere remunerato dagli affitti che sborsano le varie aziende, deve pur poter guadagnare anche sul parcheggio interno per i vari dipendenti.
Quindi, poiché da oggi mi attendono circa 3 ore di viaggio al giorno, cosa ne diresti di far attrezzare i bus con generi di conforto (per esempio, colazione per la mattina e aperitivo con salatini per la sera), poltroncine un po’ più comode, musica di sottofondo, luci idonee per chi magari si volesse rilassare con un buon libro, senza dimenticare aria deionizzata in modo da togliere i cattivi odori?
Chiedo solo di poter utilizzare questo tempo che forzatamente mi viene sottratto in modo più adeguato, non credi?
Grazie in anticipo e con infinita stima.
Una contribuente che paga le tasse!!!
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Ecco due delle cose che odio di più. La prima perché, secondo me, implica una componente di estrema volontarietà nel mettersi in mostra per ciò che non si è, la seconda, pur essendo mitigata nella sua negatività dalla ‘presunta’ semplicità (cfr. Dizionario Garzanti “l'essere sempliciotto, credulone, ingenuo”) perché è anche, a mio parere, sinonimo di superficialità.
Ogni giorno ci imbattiamo in persone che rientrano in una delle due casistiche, ma finchè non ci toccano, beh, un’alzata di spalle e via.
Quando invece assisto imperterrita allo show di personaggi radicalmente ipocriti dalla nascita che si ‘divertono’ alle spalle dei poveri di spirito, vengo colta da una nausea allucinante ed inizio a farmi domande.
“Ma possibile che Tizio non si accorga di come Caio si stia prendendo gioco di lui/lei?”
Certo che oggi come oggi, dalla politica allo sport, abbiamo perso il conto di quanti siano gli ipocriti: è il tratto saliente, la caratteristica dell’italiano medio, che, mellifluo, cerca consensi fingendo un’assoluta positività di intenti, ben lontana dalla sua misera vita. Sì, qui uso la parola ‘misero’, perché chi adotta questo atteggiamento è veramente povero dentro, al di là di tutti i proclami di alti sentimenti che possa fare.
Quindi, forse anestetizzati, da questo genere di persone che si affollano attorno a noi, non ci si sforza minimamente di discernere il buono dal cattivo, l’onesto e sincero dall’ipocrita. Essere ingenui non è a questo punto una scusante sufficiente, quindi anche qui si ricade nella superficialità.
Migliaia di rapporti di apparente civile convivenza, con reciproco scambio di apprezzamenti nauseabondi ed invece, sotto sotto, da una parte c’è l’ipocrita che ride di come riesce a prendere in giro gli altri, e dall’altra una persona superficiale, alla quale non frega assolutamente nulla dei presunti sentimenti altrui, anche se in apparenza sono tutti baci e abbracci.
Perché questa sparata?
Forse perché oggi il tempo è grigio…
Forse perché sono stanca del solito buonismo…
Forse perché leggo troppi ipocriti in giro ultimamente…

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Dall'happening 'On the road' di Paolo Rossi, che per la sua ironica tristezza di fondo mi ha ricordato il grande Gaber, al (prossimo qui a Genova) 'sarà una bella società' di Shel Shapiro, da Pirandello a Moni Ovadia, da balletti e opere liriche di tutto rispetto, dal sempreverde musical 'Hair', passando per il classico per antonomasia, Shakespeare. E così ieri sera, con un tempo che sarebbe stato molto più adatto alla rappresentazione di 'The tempest', mi sono regalata una immersione teatrale: Re Lear.
Scenografia circolare, ispirata ai bozzetti di Luzzati, in cui tutti i personaggi si collocano sulla scena, apparendo e scomparendo nelle diverse stanze, recitazione in versi e in prosa, grazie alla nuova traduzione di Edoardo Sanguineti (che l'ha curata per questo allestimento), che rende il linguaggio originario della tragedia moderno e accessibile, ma senza stravolgerla. Una compagnia, quella dello Stabile, che è una garanzia, sostenuta da un Eros Pagni che da oltre 30 anni è il fulcro dell'arte della recitazione a Genova. [E qui permettetemi un ricordo: una sua magistrale interpretazione insieme a due attrici che sono parte fondante del teatro italiano, Lina Volonghi e Valeria Moriconi, nel 'Cerchio di gesso del caucaso' di Brecht. Ero una ragazzina, ma quella pièce mi è rimasta dentro]. Tre ore e mezza di spettacolo che ha lasciato tutti a bocca aperta, con una ovazione finale che ha richiamato gli attori in scena per quattro volte. Con mia grande sorpresa (e piacere), la platea era gremita da un pubblico di tutte le età, molte signore in abito lungo, ancor più giovani in jeans. E questo mi rende ottimista. Non tutti erano a festeggiare Halloween...
All'uscita dal teatro, il tempo continuava ad essere inclemente, dalla valle del Bisagno spirava un vento che rendeva inutile l'impiego dell'ombrello, ma io camminavo ad una spanna da terra e ho limitato i danni...
Non amo dare consigli, perchè come diceva Faber
“Si sa che la gente dà buoni consigli
sentendosi come Gesù nel tempio
si sa che la gente dà buoni consigli
se non può dare cattivo esempio.”
però... un suggerimento: spegnete la TV ed uscite, andate al cinema a teatro o a sentire musica ed il mondo vi sembrerà migliore.

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Ecco la forza della natura al lavoro



Questa è la mareggiata odierna...
peccato che le foto non siano mie, ma il regalo di un'amica
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Ci sono oggetti che fanno parte del nostro quotidiano al punto che nemmeno li guardiamo. Li prendiamo con gli occhi del nostro tatto, riflesso condizionato tra un’azione ed il mezzo per eseguirla. Come chi percorre ogni giorno la stessa strada in auto e arrivato a destinazione si rende conto di non aver visto nulla sul percorso, di non ricordare di essere transitato in un incrocio per esempio. A volte sembriamo automi. Come quando digitiamo SMS col cellulare ed i nostri polpastrelli volano sui tasti senza nemmeno leggere le lettere.
Ci sono invece oggetti che raramente ci capitano tra le mani, forse perché inutili in origine o frutto di un’innamoramento convulso del momento e che nemmeno sapevamo più di avere, come i souvenirs che riportiamo dai nostri viaggi. Non le classiche tavolette ‘a Firenze andai, a te pensai e questo ricordo ti portai’. Se ci penso, sorrido ancora oggi alle cose più strane che mi sia capitato di mettere in valigia o nascondere nel cassettino dell’auto, come per esempio 5 sassi piccoli, bianchi, come perle in sequenza, dal più piccolo al più grande, raccolti per caso al Land’s End in Cornovaglia…
E ovviamente la nostra mente corre al ricordo: dove l’abbiamo acquistato, quanti anni sono, con chi eravamo al momento della scelta…
Poi ci sono oggetti dotati di vita propria, sembrano come la lampada di Aladino. Li strofini tra le dita ed immediatamente la vista si annebbia e vieni proiettato dentro ad un film, di cui tu sei il protagonista. A volte in bianco e nero, a volte a colori. E non riesci a staccarti da quell’oggetto. Potrebbe essere un monile, un anello, una rosa essicata tra le pagine di un libro che avevi dimenticato di avere, una fotografia.
Sono le sensazioni che ieri mattina ho provato accarezzando questo.
E non è quello di 30 anni fa... questa è la mia ultima pazzia
, ma l'effetto è stato lo stesso...

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